Editoriale 

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Quando i vecchi divennero giovani... disastri e capovolgimenti di rotta targati "made in Italy".

 

Non serve scomodare Calvino, né leggersi quello straordinario romanzo che intitola Se una notte d’inverno un viaggiatore, per comprendere quale straordinaria “fabbrica” di variegata umanità, di stilemi comportamentali, di tendenze psicologiche e modaiole, sia ricettacolo qualsiasi stazione ferroviaria.

E non serve altresì citare Jean Marie Floch e il suo studio sulla metropolitana francese e sui gusti pubblicitari del popolo che abita sotto la Torre Eiffel, per assaporare il sottile fascino di rotaie, binari “vivi” e binari “morti”, treni lentissimi e serpenti roboanti che sfrecciano correndo verso una nuova meta.

Non deve stupire quindi il senso di benessere interiore ma anche al tempo stesso di sottile e amara inquietudine che chi scrive ha recentemente provato allorquando, nel freddo clima della patria dei tortelli alle erbette e della torta fritta, assorta nei miei pensieri e desiderosa che il cartello con l’orario del treno volesse, per un giorno soltanto, non colorarsi dell’odiosa scritta del ritardo, il mio sguardo si è posato, leggermente e con noncuranza, su un quaderno di appunti.

Un quaderno di scuola superiore a quadretti dove, una ragazzina di 15 anni scriveva qualcosa per poi, colta da una furia tipicamente adolescenziale, cancellare con enfasi e trasporto emotivo ogni traccia di inchiostro precedentemente versato sulla candida pagina.

Cosa scriveva? Avezza ad uno sguardo contaminato dalla deformazione professionale, ho cominciato a guardare quelle pagine e non mi sono stati necessari due minuti per riconoscere il più familiare degli atti performativi, il più noto delle produzioni linguistiche e testuali: quella ragazzina stava scrivendo un articolo!

Il compito da svolgere a casa le era stato assegnato come “punizione” da una professoressa, mi aveva subito rivelato durante la nostra breve chiacchierata, alla quale non era piaciuto l’atteggiamento critico della giovane nei confronti di un’iniziativa legata alle politiche giovanili e all’incentivazione di una più profonda partecipazione degli adolescenti alla vita cittadina.

Gli adulti non capiscono nulla, sono convinti che bastino progetti come questi, insulsi, per comprendere meglio il mondo dei ragazzi, ma non è così. Questo in sintesi il contenuto delle osservazioni di questa adolescente alle prese con il suo primo articolo.

Già gli adulti. Per questa imbelle adolescente l’adulta non era soltanto la prof, ero io. Colpita come da un fulmine la mia mente è stata scossa da questo pensiero, dalla consapevolezza, palesatami improvvisamente, che per chi ha oggi fra i 14 e i 18 anni, noi trentenni siamo gli adulti, gli adulti imbecilli, gli adulti che non capiscono nulla, ma che soprattutto non li capiscono.

Non si tratta di nostalgia della mia adolescenza, né di scontato vittimismo, né di recriminazioni contro questi “giovani di oggi” del tutto irresponsabili.

No, è in gioco qualcosa di molto diverso. Qualcosa accomuna profondamente noi “bamboccioni” trentenni e gli adolescenti odierni: la rabbia, una grande frustrazione, un bisogno disperato di uscire fuori.

Il confronto con una generazione più giovane della mia, in quella fredda panchina della stazione, mi ha fatto comprendere che viviamo in un paese molto strano.

In luogo dove insegui il mito di diventare “adulto”, sperando finalmente che le tue opinioni contino qualcosa, che la tua presenza nel mondo si faccia sentire, uscendo da quella modalità in “standby”nel quale qualcuna ti ha relegato.

Ma andando avanti ti accorgi sempre di più che il momento per diventare adulto viene sempre e costantemente rimandato, che il giorno in cui puoi conquistare il tuo posto nel mondo viene quotidianamente “bloccato”.

Un lucchetto invisibile ma estremamente forte rende schiavi noi giovani.

Se hai 15 anni il catenaccio prende forma nelle vesti di un professore o di una professoressa che ti prescrivono di redigere un articolo, se hai 30 anni il vincolo viene etichettato sotto molte forme: precarietà lavorativa, instabilità abitativa, sullo stile di un commesso viaggiatore o di un emigrante verso qualche lontanissima regione del pianeta, ma soprattutto il laccio viene forgiato e mascherato da una subdola, sottile, infingarda corsa verso la sottomissione materiale e psicologica. Potremmo riscrivere una celebre canzone che recitava “Se sei buono ti tirano le pietre, se sei cattivo ti tirano le pietre, qualunque cosa fai sempre pietre in faccia prenderai. Sarà così finché vivrai”, trasformandola, a nome di una arbitraria licenza poetica, in “Se hai quindici anni ti dicono che sei piccolo, se hai trenta anni ti dicono che sei vecchio, comunque vada c’è sempre un motivo per il quale tu debba piegarti all’onnipotente saggezza dei sessantenni e company perché loro sanno sempre e comunque cosa è meglio fare”.

Orrore, temibilis orrore se la tua mente vaga a trenta, quaranta anni fa riscoprendo fatti e non leggende, azioni e non invenzioni, portate avanti dagli allora ventenni che, in un’epoca chiamata 1968, senza troppi giri di parole, nel migliore dei casi hanno rovesciato dal loro piedistallo i “vecchi” della loro epoca quando non anche li hanno proprio eliminati fisicamente.

Tu giovane, giammai dovrai tornare con la mente a quegli anni perché se lo fai sarai costretto a sollevare il velo di Maya ed appropriarti della verità.

Ti accorgerai in altre parole che chi oggi parla, sia esso un politico, un imprenditore, un professore, persino un genitore, è stato il primo che a soli 20 anni ha deciso di dire “basta”, si è svegliato un giorno e ha preso il potere.

Ma attenzione con la parola potere non intendo e non voglio che nessuno intenda una forma di violenza o di lotta armata che sempre ho aborrito e sempre aborrirò, intendo semplicemente che quei giovani erano gli adolescenti di allora, erano i trentenni, erano coloro che hanno affermato un loro sacrosanto diritto.

Il diritto di ogni giovane a dire la propria opinione, a prendere parte attiva alle decisioni che non avrebbero riguardato la vita di chi le prendeva (oramai troppo potente e vecchio per subirne gli effetti) ma avrebbero investito completamente la sua di vita, il diritto di essere protagonisti, portatori del nuovo in ogni campo dell’economia, della cultura, della politica, delle idee.

Già le idee, anzi L’IDEA. Quella di progresso, quella di sfida e di ricerca di innovazione, quella che manda al diavolo, senza troppi convenevoli, concetti come tradizione, saggezza, da sempre il motore di ogni grande balzo in avanti di interi popoli e nazioni. Questa idea dove è finita? È rimasta inchiodata in una fredda panchina della vita, in una gabbia dorata dove “i grandi” hanno rinchiuso i giovani italiani.

Uno soltanto è il motto del mio paese in questo momento, anzi da almeno 10 anni: bloccare, bloccare, bloccare.

La progressiva macchina di annichilimento degli entusiasmi, della voglia di fare, del sapere e dell’innato sperimentalismo che caratterizza ogni giovane italiano, è stata portata avanti, e lo è tuttora come non mai, dalla generazione dei sessantenni, da coloro che, una volta agguantata la poltrona, sia essa dirigenziale, sia essa politica, sia essa scientifica, sia essa culturale, non la vogliono mollare più.

Consapevoli che come hanno fatto loro quando erano ventenni, quando non si sono fatti certo guidare dalla saggezza, dalla tradizione, dal rispetto per l’anziano, ma hanno semplicemente fatto valere la loro forza vitale e di gioventù, potremmo fare noi oggi, appare cristallino il perché oggi ci temano tanto.

E come ci hanno fermati? Semplicemente non facendoci neanche posizionare nella griglia di partenza dell’olimpiade della vita.

Non dando alla quindicenne in questione diritto di replica su una iniziativa che la coinvolge ma di cui non è stata minimamente interpellata, viene preparato il campo affinché questa stessa quindicenne fra un decennio o poco più non avrà neanche la forza di alzare un dito, tanto sarà demotivata.

Dirà semplicemente “fate vobis”, tanto avrà appreso amaramente sulla propria pelle che così va il mondo? No così va l’Italia.

Dopo dieci anni, infatti, nei quali subirà riforme dell’università fatte da politici, ovviamente di 60 anni, che mai sono entrate in università, né tanto meno conoscono i problemi di un giovane universitario, si affaccerà nel mondo di lavoro dominato dall’assoluta precarietà, senza alcun diritto, senza pensione, senza alcuna possibilità di replica. Dopo che vedrà un paese come il nostro dove milioni di persone ancora guardano ed osannano in tv personaggi che 60 anni non li devono compiere più.

Quando si renderà conto, e già ne ha cominciato a sentire l’odore, che sebbene sia più colta, più furba nel riconoscere e smascherare i falsi miti, più onesta nel contestare tanta ipocrisia del mondo “adulto”, più legata ad un concetto profondo di fede che ad un bigotto ritualismo ecclesiastico, quando percepirà che, nonostante anzi proprio per le sue doti, i vecchi tenderanno ad affossarla, preferendole persone e personalità più docili e manipolabili, compirà l’unico gesto possibile: o se ne andrà via o si piegherà.

Ne conosco tante storie di amicizie profonde, sbocciate durante gli anni universitari o nei banchi della scuola superiore, in qualche modo svanite nel nulla per sopraggiunta incolmabile distanza geografica.

Chi è emigrato in America, per inseguire il sogno della ricerca scientifica nelle biotecnologie, chi ha trovato in Germania la possibilità di costruire il suo sogno fra le stelle, alla ricerca delle nuove frontiere dell’astronomia.

Ragazzi speciali, ma al tempo stesso ragazzi normali, con un unico difetto: non volersi piegare a vivere in un paese dove la realizzazione sociale, economica, politica  e culturale cresce proporzionale all’età anagrafica.

Proprio quando non avrò più le forze fisiche ma soprattutto mentali per lasciare al mondo il mio contributo, la società italiana mi esalterà, lasciando marcire, ora ed adesso, tutte le mie infinite e sbalordite doti.

Milena Gabanelli a “Report” conclude ogni sua puntata con l’angolo delle “Goodnews”. Voglio provare ad imitarla e concludere che se anche uno soltanto fra noi giovani italiani non si arrenderà e continuerà a credere nell’impellente bisogno di “rivoluzionare”, con le idee, questa nostra stanca e logora società italica, questo piccolissimo seme di speranza attecchirà e darà molto frutto.



 


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Mentre siamo molto orgogliosi per le cose che riusciamo a fare, non lo siamo altrettanto per le cose che sentiamo, perché all'orgoglio per le cose, non corrisponde quasi mai, o poco, il consenso interiore a ciò che noi viviamo. Perché si è perso il contatto con noi stessi: non indugiamo più su noi stessi. E questo dipende molto dalla velocità della comunicazione, che non ci mette più in condizioni di indugiare su nulla.» 

 (Sergio Zavoli)

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